Artwork title : In sea we trust
L'installazione si presenta come una sorta di isola non di terra ma d'acqua, un sistema apparentemente chiuso e perfetto ma gravido di implicazioni.
L'opera dalla struttura circolare – allusione alla forma del mondo e alla dimensione globale dei problemi migratori - è collocata su un basso rialzo. Per vederla è necessario chinarsi: il gesto assume anche il senso di una forma di rispetto e di pietas.
Dei fili di lana simulano un mare tumultuoso e accolgono, anzi avviluppano, riprendendo l'ambivalenza del mare, una serie di scatolette di pesce aperte al cui interno giacciono adagiate delle persone. Le scatolette sembrano luccicanti e seducenti perle ma sono invece scrigni di morte, impudicamente aperti e visibili, sirene abbaglianti di una soluzione facile che facile non è a un problema complesso.
Ogni scatoletta-casa-imbarcazione contiene al suo interno un numero variabile di persone - e sul retro il riferimento alla data di un naufragio col suo bilancio di morti e dispersi -, vittime di altrettante tragedie nel mar Mediterraneo, che il mare ora calmo ci restituisce alla vista.
Nell'opera le scatolette sono Case interiori, non più individuali ma collettive e terminali di esseri umani che hanno affidato i loro sogni e progetti a una pericolosa traversata via mare perdendo la vita.
Sono anche però contenitori che di nuovo sanno di mare perché al mare sono idealmente tornati: un richiamo al passato, al presente e al futuro, al cibo-pesce che contenevano e che inevitabilmente ha mangiato i corpi di coloro che hanno perso la vita in mare, pesci che arriveranno poi sulle nostre tavole di uomini che mangeranno altri uomini.