Lab Milan’22 edition
Piermatteo Cucchiarini Italy Photography

Artwork title : Skin Talks

“Pelle parla, racconta, sfoga, 

sei memoria e specchio dell’anima.”

 

Provare sulla propria pelle”, spoglio questo modo di dire dalla sua accezione di immedesimazione, per concentrarmi sul significato delle singole parole e usarle per capire il rapporto con il mio corpo, in particolare con la mia “pelle”. Soffro da dieci anni di vitiligine, provo sulla mia pelle questa malattia che trasforma e caratterizza il mio corpo. Ho visto il mio viso, le mie mani e svariate zone del mio fisico mutare, macchiarsi e diventare una nuova parte di me. La diagnosi di questa patologia ha consacrato un’odissea nella mia vita, segnata da emozioni e sentimenti contrastanti, caratterizzata da avversità, viaggi per le cure e incontri con medici e persone con il mio stesso problema. Durante il corso di questi anni ho aquisito una nuova maturità e come altri come me, sono arrivato ad un punto di equilibrio, fragile ma che porta passi avanti verso l’accettazione. Oggi da questo punto nasce un’ esigenza, in primis personale ma che si affaccia e vuole parlare a tutti, fare conoscere e mostrare cosa succede in un soggetto quando la vitiligine entra a fare parte della sua vita. Servendomi della macchina fotografica come medium, prediligendo il linguaggio delle immagini, ho riposto nelle fotografie episodi e stati d’animo derivanti dalla mia esperienza e da quella di altre persone che hanno condiviso la loro. 

Ogni scatto del progetto è composto da due presenze costanti: un soggetto, rappresentato da me stesso sotto forma di autoritratto, e uno sfondo che varia, monito e metafora della pelle e del suo mutamento a causa della malattia. Lo spazio disadorno e impersonale ospita le scene rendendole protagoniste dei fotogrammi, il bianco e nero le enfatizza. Gesti e mimica corporea animano il soggetto mentre il corpo e lo sfondo mutano progressivamente dipingendosi di macchie. L’ autoritratto è protetto e nascosto dietro un abito asettico per fuggire da sguardi che generano vergogna e disagio, metafora di una non accettazione iniziale. La presenza di oggetti è minima e volta a mostrare gli strumenti che prendono parte della routine di chi vive questa malattia.